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La metafora: Tantalia, la città dei robot

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Tantalia
di Elena Invernizzi, Hablò Edizioni, 2006
Copertina di Cristiano Lissoni
Collana diretta da Annalisa Strada
Prezzo: 9.90 euro
Pagine: 106
ISBN: 8889542225

André e Martienne vivono a Tantalia e sono amici per la pelle, o meglio "per i bulloni˜, perché come tutti gli abitanti della città anche loro sono robot. Tantalia è infatti abitata da due tipi di androidi: Martienne è una Kuku, robot piccoli ma forti, mentre André appartiene ai Puxi, una razza più alta e slanciata. Un evento cambierà il futuro di Tantalia trasformandola in un labirinto di rovine e lamiere annerite: l'attacco alla torre di Tormalina, sede del governo della città. André fuggirà alla ricerca dei genitori scomparsi da casa la notte dell'attacco. Martienne si avventurerà nella città alla ricerca dell'amico, aiutata dal nonno Cassius, una sorta di vecchio saggio, la vera memoria storica di Tantalia. Solo a caro prezzo e dopo molte avventure, André e Martienne potranno rincontrarsi e rinsaldare
la loro amicizia.

Indicato ne "La Vetrina" promozione-lettura-ragazzi della Rete Bibliotecaria Bresciana: "segnalato per chi vuole capire i fatti veri attraverso le metafore"

   
 

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La storia vera: il genocidio in Ruanda

In Ruanda gli hutu e i tutsi convivono dall’alba dei tempi. I primi sono perlopiù contadini, i secondi allevatori. Con la colonizzazione tedesca prima e belga poi viene accentuata la separazione tra i due gruppi allo scopo di mantenere la popolazione in uno stato di asservimento. Questo processo di divisione culmina nel 1926 con l’istituzione di una carta d’ideantità etnica che riporta la razza di appartenenza. Spesso a decidere se un cittadino sia hutu oppure tutsi è il numero di capi di bestiame di cui è proprietario piuttosto che l’altezza o le dimensioni del naso.
Il 6 Aprile 1994, poco prima di atterrare a Kigali, l’aereo in cui viaggiava il presidente hutu del Ruanda Juvenal Habyarimana e quello del Burundi Cyprien Ntaryamira viene abbattuto da ignoti.
Quella stessa notte comincia il genocidio.
Dapprima le milizie Hutu, supportate dai gruppi di ribelli Interahamwe eliminano i tutsi più in vista e gli hutu moderati, quelli che dissentono apertamente dal progetto della pulizia etnica.

Ben presto però la propaganda di odio razziale si diffonde in tutto il Ruanda specie tramite la radio: ogni singolo villaggio viene raggiunto dai guerriglieri che, armati di machete, fanno a pezzi la gran parte dei tutsi. Non sono solo i gruppi militari o para-militari a portare a termine le carneficine, spesso gli stessi contadini hutu sono costretti a unirsi alle spedizioni omicide, a uccidere il proprio vicino di casa se non addirittura la propria moglie o il proprio figlio.
C’è chi si ribella e viene a sua volta ucciso, c’è anche chi, e sono la maggioranza, ci prende gusto e lo considera un lavoro come una altro, forse (grazie ai saccheggi) solo più redditizio che coltivare la terra.
Fatto sta che più di un milione di tutsi in cento giorni vengono fatti letteralmente a pezzi dai propri vicini.
La comunità internazionale non si interessa a ciò che sta accadendo per mesi, finché la stampa non mostra il lago Vittoria ricolmo di cadaveri.

Vengono organizzate missioni internazionali per portare in salvo i cittadini occidentali (l’Italia recupera i suoi cittadini con l’Operazione Ippocampo) mentre nulla si fa per chi rimane in Ruanda.
Nel frattempo i pochi caschi blu belgi della UNAMIR vengono richiamati in patria dopo aver subito alcune perdite e in occidente si fa di tutto perché per il Ruanda non venga utilizzato mai il termine “genocidio” che implicherebbe l’obbligo d’intervento da parte dell’ONU.
Solo i francesi, che hanno finora sostenuto e armato il governo e le fazioni hutu, rimangono in Ruanda con l’Operazione Turquoise. Ma lungi dal soccorrere la popolazione tutsi in pericolo sembrano piuttosto voler proteggere la fuga dei miliziani hutu quando, nel luglio dello stesso anno, tre mesi dopo l’inizio della carneficina, entrano in Ruanda dall’Uganda i ribelli tutsi dell’RPF(Rwandan Patriotic Front) addestrati e armati da americani e inglesi.
Con la conquista di Kigali e l’insediamento successivo di un governo tutsi si conclude il massacro dei tutsi, ma circa cinquantamila hutu vengono uccisi dall’RPF, mentre molti di coloro che hanno compiuto le carneficine si rifugiano nei campi profughi del vicino Zaire.

   
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